Rassegna Stampa

L'Unione Sarda

Saldi (e sardi) di fine stagione

Fonte: L'Unione Sarda
3 giugno 2014


La tragicommedia calcistica

 

Anthony Muroni

Q uesta è una terra strana. Bellissima, ma strana. È un posto in cui un partito indipendentista consegna la bandiera della Sardegna ai leader politici italiani in visita pastorale e in cui un gruppo di auto-proclamatisi padroni della tifoseria del Cagliari mette la gloriosa sciarpa rossoblù, già di Gigi Riva ed Enzo Francescoli, al collo di un signore che asserisce di essere il rappresentante di un fondo di investimento americano disposto a investire ora 85, ora 170, ora 250 milioni di euro sull'affaire calcistico cagliaritano.
Un signore dal curriculum controverso, non foss'altro che per una decina di altre mirabolanti imprese fallite su e giù per l'italico Stivale, che da mesi si è conquistato la scena cagliaritana senza aver esibito nessun'altra credenziale che la presenza di un'archistar statunitense. Dan Meis una volta è progettista, un'altra volta consulente, un'altra ancora rappresentante degli investitori americani. Una volta questi ultimi investitori vengono presentati come Fondo, un'altra come un pool di società, un'altra ancora come una grande banca d'affari.
Parole, parole, parole. Fumo. Il problema è che la gente non ha memoria e vuole sognare. Vorrebbe affrancarsi dai bassifondi della classifica di serie A per scalare la Champions league: poco importa se c'è da vendersi a un emiro, a un americano, a un mediatore dotato di favella. Basta che non si tratti di sardi.
Del resto la nostra storia è piena di questi esempi: se un nostro corregionale apre una fabbrica di cappelli la soluzione migliore è quella di tagliarsi la testa, pur di farlo fallire. Se invece i cappelli arrivano da oltremare sarà meglio studiare una soluzione per raddoppiare le piattaforme sui quali farli docilmente calare.
Questo è un posto in cui si scambiano le domande per insulti e in cui si cerca di inquinare (non è una novità, basti vedere le recenti reazioni di certa classe politica) il ruolo della libera stampa, esercitato - specie in quest'ultimo, solare, caso - nell'esclusivo interesse pubblico. Perché, nonostante i proclami, sono molti a non volerla, una stampa libera. Quel che fanno il presidente del Cagliari calcio Massimo Cellino e il sedicente emissario degli americani è affare loro, almeno fino a quando non si configurino un reato o un "assalto" a un interesse pubblico.

Siamo però costretti a ripeterci: nemmeno un bambino crederebbe al "fantasioso" accordo annunciato dall'attuale patron del Cagliari e dal suo occasionale ospite di Miami, lunedì scorso. Parole, parole, parole, anche in quel caso. Tattica. E pure pericolosa. Forse persino uno spregiudicato tentativo di andare a vedere le carte del sindaco di Cagliari Massimo Zedda, che bene ha fatto a mostrarsi prudente.
Facciamo domande, perché siamo giornalisti. Aspettiamo risposte che già conosciamo. Di chi sono i soldi che il sedicente mediatore dice aver messo sul tavolo? Chi c'è dietro di lui?
Invece che da risposte siamo stati investiti da invettive, calunnie e persino minacce fisiche. Si è arrivati, in una surreale conferenza stampa convocata in un bar, ad attaccare e diffamare l'editore di questo giornale, che nessuna parte ha avuto in questa vicenda e che nessun interesse ha - né mai ha avuto - per questioni che riguardano lo stadio del Cagliari. E che per questo presenterà querela e azione civile con risarcimento danni.
Il sedicente rappresentante del fondo Usa, infine, mi riconosce il merito di non averlo mai voluto incontrare e di non aver mai voluto parlare con lui nemmeno al telefono. Lo ringrazio della pubblica attestazione: l'essere stato cresciuto come un sospettoso cinghiale di Tresnuraghes mi ha aiutato a riconoscere, istintivamente, le persone dalle quali è meglio tenersi lontani. Ma visto che ci tiene tanto avrà la fortuna di incontrarmi, un giorno: sarà quello in cui ci vedremo in Tribunale.