Mereu, applausi e polemiche
Per la prima volta hanno visto tutti insieme il film di cui sono protagonisti, in Sala Grande, alla Mostra del cinema di Venezia. Ma i ragazzi “cattivi” di Tajabone , il film low budget di Salvatore Mereu, nato da un progetto scolastico, ieri in concorso per Controcampo italiano, non hanno potuto vivere fino in fondo la loro emozione. Dopo il red carpet mattutino e i grandi applausi a fine proiezione, gli otto ragazzini arrivati dalla Sardegna non hanno potuto partecipare alla conferenza stampa del film. All'ultimo minuto gli insegnanti che li hanno accompagnati al Lido non gli hanno permesso di incontrare i giornalisti perché ufficialmente mancano le liberatorie dei genitori. E da qui una scia di polemiche.
«Alla proposta di partecipare al film ero un po' incerto, poi nel girare le prime scene mi sono ricreduto e oggi sono contento di aver partecipato a questo progetto. Poi quando ho saputo della partenza al Festival di Venezia ho capito quant'era importante», dice Nicola Tedde, 14 anni, nella breve presentazione di se stesso che il regista aveva chiesto a lui e ai suoi compagni, attori e sceneggiatori nel film, di scrivere giorni fa.
«I ragazzi erano emozionatissimi. Dopo gli applausi in Sala Grande si era stemperata la tensione, anche per me. Vedevano insieme il film per la prima volta. Volevano rimanere e quando hanno capito che non gli sarebbe stato concesso erano in grande imbarazzo», dice un dispiaciuto Mereu, rimasto solo in sala stampa con la senegalese Salì Diarra, 37 anni, che nel film canta la canzone Tajabone e recita la parte della madre di Kadim. «È stata una bella esperienza e mi sono divertita. Con i ragazzi stavamo a nostro agio. Essere qui a Venezia è come vivere un sogno. Sono dispiaciuta che i ragazzi non abbiano potuto partecipare alla conferenza stampa. Erano emozionatissimi di venire alla Mostra», racconta la Diarra e spiega che Tajabone è una festa musulmana che celebra il giorno in cui gli angeli scendono in terra e una canzone popolare in Senegal «di cui io canto una mia versione».
“Dite chi siete con sincerità, senza farlo scrivere ad altri. Come un messaggio che lasci sul muro”, aveva chiesto giorni fa il regista ai ragazzi, tutti delle scuole medie di San Michele e di Sant'Elia, a Cagliari. E ora le loro risposte-sms, che Mereu mostra sul suo cellulare, sono il messaggio che accompagna la loro presenza in parte negata.
«Vengo da Sant'Elia, un quartiere difficile ma non mi vergogno di dire da dove vengo, vengo discriminata a causa del mio quartiere ma io mi reputo una ragazza con dei sani principi, seria ma spiritosa», dice Sara Portoghese, 13 anni, nel suo messaggio, riportato così come lo ha scritto, inclusi gli errori e le sviste grammaticali, anche sul press book del film. E ancora, «spero che in futuro ci rivedremo, così potrò raccontarvi tante cose della mia vita, magari più interessanti», dice Noemi, 13 anni.
La cosa più bella di tutta questa esperienza «è stata vedere in diretta la trasformazione di questi ragazzi. Li ho visti crescere. Con Tajabone - spiega Mereu - volevo accorciare la distanza fra chi racconta e chi guarda. È un film costruito sul campo. All'inizio i ragazzi erano molto diffidenti. Lo scopo del film era didattico, è cresciuto strada facendo. Ora posso dire che è stata una scommessa vinta».
Con un treno in corsa e una classe in gita scolastica si apre il film che ha cinque storie portanti. Quella di Kadim , adolescente senegalese che deve trovare un lavoro per pagare l'affitto di casa; di due giovani Rom in versione Romeo e Giulietta che fuggono per amore e di una ragazza sovrappeso che si crea un falso profilo su Internet per conquistare il belloccio del quartiere. Ci sono anche una storia di bullismo al femminile e di un'amicizia fra due ragazzi che si incrina quando uno dei due si fidanza e l'epilogo è drammatico. Il meccanismo è «il contrario di quello del film francese La classe di Cantet dove tutto si svolge all'interno», spiega Mereu.
MAURETTA CAPUANO
09/09/2010