Rassegna Stampa

La Nuova Sardegna

Battaglia al Tar per palazzo Aymerich

Fonte: La Nuova Sardegna
10 dicembre 2009

GIOVEDÌ, 10 DICEMBRE 2009

Pagina 1 - Cagliari



L’impresa: «Non è opera del Cima». Lo Stato: «Va difeso»




CAGLIARI. L’avvocatura dello stato insiste: palazzo Aymerich è un’opera dell’architetto Gaetano Cima, custodisce manufatti medievali, rappresenta uno stile di costruzione storico che merita di essere salvaguardato. Ma l’impresa ‘Dac srl’, con l’avvocato Sergio Segneri, non molla di un centimetro: «Non c’è prova che sia del Cima, forse è di un capomastro incaricato dall’architetto, che di questo edificio teneva solo la contabilità. Risulta tutto nel contratto del 1847, Cima non ha elaborato il progetto e non ha seguito i lavori. Preesistenze medievali? La sovrintendenza dice che è probabile ci siano, nient’altro. In ogni caso il palazzo è un immondezzaio e del portico Laconi è rimasto ben poco».
La battaglia davanti ai giudici del Tar - presidente Rosa Panunzio - è durata oltre un’ora e ha allungato l’udienza fino a orari proibiti. Il tribunale è chiamato a decidere sulla legittimità del vincolo imposto dalla sovrintendenza ai beni architettonici a quanto resta del palazzo di via dei Genovesi. Lo farà nelle prossime settimane, quando i giudici avranno finito di esaminare la montagna di carteggi prodotta dalle parti.
Il cantiere è fermo dal 20 dicembre di due anni fa: l’impresa amministrata da Antioco Angius era impegnata alla trasformazione dell’edificio storico in un residence di cinque piani che avrebbe incorporato il portico. Poi l’ufficio ministeriale ha fermato tutto, indotto anche dalla pioggia di esposti arrivati da associazioni culturali, comitati di cittadini, intellettuali. Per il Tar è una brutta gatta da pelare: l’impresa ha investito nell’acquisto dei seicento metri quadrati del palazzo 470 mila euro e vorrebbe ricavare un adeguato profitto. Ora in via dei Genovesi c’è un pezzo dell’edificio e soprattutto macerie: «Un falso d’autore - ha sostenuto con forza Segneri - perchè anche quello che resta è il frutto di diversi rifacimenti, seguiti al bombardamento del ’43 e a demolizioni degli anni 50 e del 1965. Qui si vuole idealizzare e difendere qualcosa che c’era, ma che oggi non c’è più». Qualcosa che però, a sentire l’avvocato Giandomenico Tenaglia, risulta chiaramente dai documenti storici: «Il palazzo è del Cima, il maestro Mura era un suo collaboratore diretto e la regia complessiva dell’opera è del grande architetto». Tenaglia ha ribadito la linea della sovrintendenza: «Il portico Laconi è perfettamente conservato e lo stile architettonico dell’edificio è un’espressione dell’epoca. D’altronde è il comune che classifica il palazzo come edificio storico e lo attribuisce al Cima». Sembra strano, ma è lo stesso comune che ha autorizzato l’impresa ‘Dac srl’ a trasformarlo. Senza badare a una realtà che gli abitanti del Castello conoscono: quasi tutti gli edifici del quartiere sono stati realizzati su strutture romane e medievali. Ma la consuetudine del tempo era quella di sovrapporre le nuove architetture senza distruggere quanto c’era. Secondo la sovrintendenza - come ha ricordato l’avvocato Tenaglia ieri al Tar - è andata così anche a palazzo Aymerich. Ma nessuno si è ricordato di verificare, neppure quando è nato il progetto di costruire un residence nel rione più delicato della città. (m.l.)