Rassegna Stampa

La Nuova Sardegna

Bullismo: una denuncia ogni cento casi

Fonte: La Nuova Sardegna
11 febbraio 2014

Adescamenti, furti di identità digitale dalle elementari. Le norme ci sono, serve più informazione a casa e a scuola




di Cinzia Lucchelli wROMA

Anna (i nomi sono di fantasia) ha appena compiuto 10 anni quando subisce un furto d’identità digitale. Emma 11 quando viene raggiunta in chat da uno sconosciuto che le invia foto di sesso. Sul divano, soli, chini su uno smartphone o un tablet, bambini e adolescenti sono al sicuro solo in apparenza. Adescamenti on-line e cyberbullismo li riguardano in prima persona. Dietro un caso denunciato cento rimangono sommersi. Esistono norme e strumenti per rendere la navigazione più sicura, ma molto resta da fare nelle scuole e nelle famiglie. Il Safer Internet Day, voluto dall’Unione europea per la sicurezza dei giovani in rete, è l’occasione per fare il punto. I casi. Alla fine della quinta elementare una compagna di Anna si iscrive a nome suo sulla chat Stardoll e da questo profilo manda messaggi denigratori alle amiche comuni. La madre se ne accorge, trova un muro di gomma con i genitori dell’altra bimba. La polizia postale le sconsiglia la strada della denuncia, anche solo per sopprimere quel profilo finto: la sede legale sella società che gestisce la chat si trova in Gran Bretagna, troppo lungo e costoso l’iter da affrontare. Emma a 11 anni riceve in dono un lettore multimediale che a tutti gli effetti è un tablet. Permette di scaricare chat. Il padre, attento, attiva l’opzione di ricevere via e-mail un resoconto delle interazioni on-line della figlia. Non si accorge però che la bambina, che nel frattempo si è creata un altro account di posta elettronica, scarica una decina di chat. Fino a quando viene contattato da un altro padre, preoccupato: “Sua figlia ha fatto vedere delle foto con evidenti scene sessuali tra uomo e donna alla mia”, gli spiega. Ricostruiscono: mentre le due chattavano, si è introdotto uno sconosciuto. La strategia dell’Europa. Internet non è stato concepito per i più piccoli, ricorda la Commissione europea, eppure oggi il 75% ne fa uso. I contenuti e la sicurezza della navigazione vanno allora adeguati. L’Agenda digitale europea si muove in questa direzione. «È fondamentale – dice Andrea Rigoni, direttore generale della Global Cyber Security Center ed esperto della presidenza del Consiglio dei ministri sui temi di sicurezza digitale - poiché molti dei problemi da risolvere sono globali». L’Italia ha portato avanti iniziative di successo, come il contrasto alla pedopornografia e al cyberbullismo. Ma molto resta da fare. I rischi più frequenti. «Essere adescati da sconosciuti è tra i casi più diffusi, già alle elementari - dice Marco Valerio Cervellini, responsabile progetti educativi sulla navigazione dei minori sulla rete internet della polizia postale e delle comunicazioni-; anche la violazione della privacy con pubblicazione di foto, video, dati personali in spazi web equivoci e i furti d’identità digitale». Quante denunce. «La polizia postale per adescamento on-line, commercio produzione e diffusione di materiale pedopornografico nel 2013 ha arrestato 55 persone - dice Marco Valerio Cervellini-; denunciate 344 persone; monitorati 28.063 siti web e di questi 165 inseriti in una black list. I dati sono in aumento ma per ogni denuncia fatta ce ne sono cento che rimangono sommerse». Quali reati. Sotto il nome di cyberbullismo si configurano reati come violenza privata, stalking, diffamazione, ingiuria, minacce, molestie, furto di identità, diffusione di materiale pedopornografico, violazione della privacy. Per alcuni si procede d’ufficio, altri solo su querela di parte. Spesso si patteggia al primo grado. Storie sommerse. Ma perché tante storie non vengono a galla? «Vince la vergogna di raccontare oppure il timore che per punizione i genitori possano proibire l’accesso a internet», spiega il dirigente della polizia postale. Spesso manca la consapevolezza di cosa sia un reato. Vince la smania di apparire. La pubblicazione di dati privati associati a inviti a contattare la vittima viene considerata un atto scherzoso. Navigare più sicuri. «Esistono filtri che limitano l’accesso a contenuti non adatti e si possono applicare restrizioni nella privacy dei singoli social network», spiega Andrea Rigoni. Ma si adottano se c’è la consapevolezza dei rischi. Allora «l’unico filtro che funziona davvero è di tipo cognitivo-culturale». Una questione educativa, dunque: occorre ripartire da famiglia e scuola. Regole a casa. «I genitori devono fornire regole certe», consiglia Marco Valerio Cervellini. Non lasciare soli troppo a lungo i figli con un pc connesso a internet, ad esempio. «Non sempre realizzano che i rischi sono reali: sono loro talvolta ad aprire ai figli, troppo presto, profili sui social network». Informazione in classe. «Vanno insegnati gli strumenti giusti a partire dalle scuole – dice Andrea Rigoni -. Cultura digitale significa comprendere come sfruttare al meglio i meravigliosi mezzi messi a disposizione dalla tecnologia conoscendone i limiti e i rischi». Il progetto. La polizia entra nelle scuole di 30 città italiane per parlare direttamente con i ragazzi: “Una vita da social” è campagna informativa dedicata alla sicurezza in rete.