Rassegna Stampa

L'Unione Sarda

Vivono sotto i portici e risiedono in Comune

Fonte: L'Unione Sarda
11 febbraio 2014

 

 Palazzo Bacaredda rilascia il certificato a diciotto migranti africani

 


È centralissima, e piena di spifferi. La casa scelta da 18 rifugiati politici (cinque sono donne) per fissare la propria residenza ufficiale è una panchina in piazza Matteotti, a pochi passi dai portici del Municipio dove “abitano”, giorno e notte, trenta rifugiati africani. Benché la legge consentirebbe di elevare la panchina a luogo di residenza, il Comune ha preferito assegnarla in un palazzo vero, con acqua e luce, ma non possono abitarlo: quella residenza è il palazzo comunale in piazza De Gasperi (il lato opposto dà su via Sonnino), più precisamente gli uffici dei Servizi sociali, ma è puramente virtuale.
LA DISPERAZIONE I trenta barboni per forza, ospitati per un mese in un albergo della Marina dopo che avevano lasciato il Centro di prima accoglienza all'aeroporto di Elmas, ora sono dimenticati da tutti: soprattutto dallo Stato che ha concesso loro asilo politico. Fissata la residenza al Comune, continuano a vivere sotto il porticato in via Roma: «Non possiamo lavarci, molti di noi sono malati e abbiamo freddo», protesta in inglese stentato Titsum Hailemilaei, eritreo di 22 anni, «abbiamo solo diritto ai pasti alla mensa della Caritas, ma siamo per strada».
LA NOVITÀ Questi 18 rifugiati hanno aperto una nuova strada (d'altra parte, la strada è ormai la loro specialità) ed è prevedibile che altri li imiteranno. Chi insisterà per avere la residenza virtuale in una panchina o in un altro luogo improbabile, la otterrà: se il Comune ha deciso per piazza De Gasperi, è solo per consentire loro di ricevere posta, soprattutto la tessera sanitaria europea, perché c'è un ufficio che può consegnarla ai destinatari. Detto questo, sotto i portici dormivano e lì continueranno a dormire, pur avendo tutto il diritto di definirsi cagliaritani.
LE NORME Non è esattamente così che uno Stato dovrebbe accogliere chi fugge dalle persecuzioni e dalle guerre nel proprio Paese, chi non può rientrarvi perché è atteso per il suo omicidio. La legge prevede che, conquistato lo status di rifugiato, si deve obbligatoriamente lasciare il Cpa in cambio di un permesso di soggiorno valido per cinque anni. Dunque, quegli africani buttati per terra all'ingresso del Municipio, che fanno un po' da memorandum alla politica sempre più sorda, non sono clandestini, ma regolarissimi rifugiati. Hanno il diritto di lavorare, ma il lavoro non c'è. Hanno anche il diritto di abitare in città, ma i soldi per pagare l'affitto non glieli dà nessuno. È loro riconosciuto anche il diritto di ricevere cure mediche e anche tutti gli altri, quelli che spettano agli italiani, ma di esercitare quei diritti non hanno possibilità: «Qui non ci sono minorenni, ma i più giovani non possono nemmeno andare a scuola», s'immalinconisce Gemechis Hussein Mame, 27 anni, etiope, «ci è negata la possibilità di farci una doccia».
DIRITTI VIRTUALI Però sono residenti a Cagliari, con tanto di carta d'identità e tesserino sanitario: significa che possono avere un medico di famiglia, che se stanno male possono andare in ospedale e farsi curare, che possono lavorare o iscriversi a scuola. «Sono diritti importanti», commenta l'avvocato Francesca Careddu, che presta la propria opera gratuitamente ai rifugiati perché è anche una volontaria della Caritas, «ma vederseli riconosciuti è cosa assai diversa dal poterli esercitare. La residenza l'hanno ottenuta in base al Pacchetto sicurezza», aggiunge Careddu, «precisamente l'articolo 3 comma 38 della legge 94 del 2009».
L'ABBANDONO Trascorse le poche settimane in cui dormivano in tre in stanze singole di un albergo, i rifugiati sono diventati - per lo Stato, solo per lo Stato - bestie: «È così che viviamo», conferma Hussein Mame, «è così che ci trattano dopo che abbiamo sfidato la morte nel Sahara e pagato mille euro allo scafista, dopo che siamo sbarcati a Lampedusa». Tutto ciò che siamo riusciti a dare a queste persone in fuga è stata una panchina inserita nella categoria casa. Manca giusto l'Imu.
Luigi Almiento